Le conciliazioni sindacali rappresentano uno strumento molto utilizzato per definire controversie tra lavoratore e datore di lavoro senza arrivare necessariamente davanti al giudice. Possono riguardare differenze retributive, TFR, straordinari, ferie, inquadramento, licenziamento e molte altre questioni legate al rapporto di lavoro. Affrontare una conciliazione senza conoscere con precisione il valore delle proprie pretese e gli effetti dell’accordo può però comportare conseguenze importanti. Per questo, l’assistenza nelle conciliazioni sindacali consente al lavoratore di arrivare all’incontro consapevole dei propri diritti, valutare la proposta economica e comprendere cosa comporta la sottoscrizione del verbale. ItuoiLegali assiste il lavoratore prima, durante e nella valutazione degli effetti della conciliazione, verificando le somme eventualmente dovute e le condizioni dell’accordo proposto. Che cos’è una conciliazione sindacale? La conciliazione sindacale è una procedura attraverso la quale lavoratore e datore di lavoro cercano di raggiungere un accordo per risolvere una controversia relativa al rapporto di lavoro. L’obiettivo è trovare una soluzione condivisa evitando, quando possibile, un contenzioso giudiziario più lungo e oneroso. La controversia può riguardare, ad esempio: La conciliazione può quindi rappresentare una soluzione vantaggiosa, ma non dovrebbe essere considerata una semplice formalità. Perché è importante farsi assistere prima della conciliazione Uno degli aspetti più delicati riguarda la valutazione della convenienza dell’accordo. Prima di accettare una proposta è opportuno conoscere quanto potrebbe effettivamente spettare al lavoratore. Una proposta di 5.000 euro, ad esempio, non può essere giudicata conveniente semplicemente considerando l’importo in sé. Occorre confrontarla con le somme potenzialmente recuperabili e con i rischi, i costi e i tempi di un eventuale contenzioso. L’assistenza legale può quindi essere utile per: La decisione dovrebbe essere presa conoscendo sia ciò che si ottiene, sia ciò a cui eventualmente si rinuncia. Cosa controllare prima di firmare un verbale di conciliazione Il contenuto del verbale merita particolare attenzione. Non bisogna limitarsi alla cifra proposta. È necessario verificare esattamente quali rapporti, periodi, pretese e diritti vengono definiti attraverso l’accordo. Particolare attenzione deve essere prestata alle clausole che prevedono rinunce, transazioni, dichiarazioni di non avere più nulla a pretendere o la definizione complessiva delle controversie derivanti dal rapporto di lavoro. Occorre inoltre verificare: Una firma apposta senza avere compreso pienamente queste condizioni può rendere molto più difficile contestare successivamente quanto concordato. Conciliazione sindacale e rinunce del lavoratore Il tema è particolarmente importante perché l’art. 2113 del Codice civile disciplina le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi. La norma stabilisce inoltre che il regime ordinario di impugnazione previsto dallo stesso articolo non si applica alle conciliazioni intervenute nelle sedi indicate dalla legge, tra cui quelle richiamate dagli artt. 185, 410 e 411 c.p.c. Questo è uno dei motivi per cui è fondamentale comprendere esattamente cosa si sta sottoscrivendo e in quale sede viene sottoscritto l’accordo. Non ogni documento denominato “conciliazione sindacale” produce automaticamente gli stessi effetti: assumono rilievo la sede, le modalità concrete della conciliazione, la disciplina collettiva applicabile e l’effettività dell’assistenza prestata al lavoratore. Che cosa sono le conciliazioni in sede protetta? Nel diritto del lavoro si parla comunemente di sede protetta per indicare le sedi conciliative alle quali l’ordinamento riconosce particolari effetti. Tra queste rientrano, secondo le condizioni previste dalla normativa, le conciliazioni svolte in sede sindacale e quelle effettuate davanti agli organismi espressamente previsti dalla legge. La ragione della particolare tutela è che il lavoratore dovrebbe trovarsi in una situazione nella quale possa comprendere il contenuto e le conseguenze delle rinunce o delle transazioni che sta effettuando. Proprio per gli effetti che possono derivarne, la conciliazione deve essere affrontata con particolare attenzione. Quali documenti portare alla conciliazione sindacale? Una corretta valutazione dovrebbe iniziare prima dell’incontro. A seconda della controversia può essere utile raccogliere: La documentazione consente di effettuare una valutazione più concreta della posizione del lavoratore. Conciliazione per TFR e competenze non pagate Una delle situazioni più frequenti riguarda la cessazione del rapporto di lavoro e il mancato pagamento delle competenze finali. Il lavoratore potrebbe vantare crediti per TFR, ultime mensilità, tredicesima, quattordicesima, ferie non godute, straordinari o altre competenze. Prima di raggiungere un accordo è opportuno verificare i conteggi e stabilire quali somme siano effettivamente dovute. Accettare un importo complessivo senza una preventiva verifica può significare rinunciare a una parte significativa del credito. Conciliazione dopo il licenziamento Anche le controversie relative al licenziamento possono concludersi attraverso un accordo conciliativo. Il datore di lavoro può, ad esempio, proporre una somma economica per definire la controversia e prevenire o chiudere un giudizio. In questi casi la valutazione deve essere particolarmente accurata. Occorre considerare la tipologia di licenziamento, i motivi indicati dal datore, le modalità con cui è stato adottato il provvedimento, i termini per contestarlo, le tutele potenzialmente applicabili e le probabilità e i rischi di un eventuale giudizio. La proposta conciliativa può essere conveniente, ma deve essere confrontata con le alternative concretamente disponibili al lavoratore. È possibile negoziare la proposta del datore di lavoro? Sì. La presenza di una proposta non significa che il lavoratore debba necessariamente accettarla o rifiutarla così com’è. Quando ne ricorrono le condizioni, è possibile formulare una controproposta e negoziare non soltanto l’importo, ma anche altri elementi dell’accordo. Possono essere oggetto di confronto, ad esempio, le modalità e i tempi di pagamento, l’estensione delle rinunce, la definizione delle diverse pretese e altre condizioni connesse alla cessazione o alla definizione del rapporto. La trattativa deve però essere condotta sulla base di una preventiva valutazione della posizione del lavoratore. Cosa succede se non si raggiunge l’accordo? La conciliazione presuppone la volontà delle parti di raggiungere un’intesa. Se la proposta non è soddisfacente, il lavoratore non è normalmente obbligato ad accettarla per il solo fatto di partecipare all’incontro. In caso di mancato accordo, potranno essere valutati gli ulteriori strumenti di tutela disponibili in relazione alla specifica controversia, compresa, quando necessario, l’azione giudiziaria. È tuttavia fondamentale verificare i termini di prescrizione, decadenza o impugnazione eventualmente applicabili al singolo diritto: la trattativa non deve far perdere scadenze importanti. Assistenza nelle conciliazioni sindacali: il supporto di
Responsabilità Contrattuale ed Extracontrattuale: Differenze e Risarcimento
La responsabilità contrattuale ed extracontrattuale rappresenta uno dei temi centrali del diritto civile e assume particolare importanza quando una persona subisce un danno e vuole ottenere il relativo risarcimento. Un danno può infatti derivare dall’inadempimento di un’obbligazione già esistente tra le parti oppure da un comportamento illecito che lede un diritto altrui anche in assenza di un precedente rapporto contrattuale. Stabilire quale forma di responsabilità ricorra nel caso concreto è fondamentale perché possono cambiare onere della prova, termini di prescrizione e criteri utilizzati per determinare il risarcimento. Per questo motivo, prima di formulare una richiesta economica, è importante ricostruire correttamente i fatti e individuare il fondamento giuridico della pretesa. ITuoiLegali assiste privati, professionisti e imprese nelle controversie relative alla responsabilità civile, dalla valutazione preliminare del danno e delle prove disponibili fino alla richiesta di risarcimento e, quando necessario, alla tutela giudiziaria. Che cos’è la responsabilità contrattuale? La responsabilità contrattuale si verifica quando un soggetto non esegue correttamente un’obbligazione alla quale era tenuto. Il riferimento fondamentale è l’art. 1218 del Codice Civile, secondo cui il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, salvo che provi che l’inadempimento o il ritardo siano stati determinati da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile. Non bisogna pensare esclusivamente al mancato rispetto di un contratto scritto. La responsabilità può riguardare l’inadempimento di un’obbligazione giuridicamente rilevante e può manifestarsi quando la prestazione: Occorre quindi analizzare quale obbligazione gravasse sul soggetto e verificare se sia stata correttamente adempiuta. Alcuni esempi di responsabilità contrattuale Le controversie possono riguardare situazioni molto diverse. Si pensi, ad esempio: Non ogni inconveniente comporta automaticamente un diritto al risarcimento. Occorre verificare l’esistenza dell’obbligazione, l’inadempimento e le conseguenze concretamente prodotte. Che cos’è la responsabilità extracontrattuale? La responsabilità extracontrattuale, chiamata anche responsabilità aquiliana, trova il suo riferimento generale nell’art. 2043 del Codice Civile. La norma stabilisce il principio secondo cui qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto obbliga chi lo ha commesso a risarcire il danno. In questo caso non è necessario che tra danneggiato e responsabile esistesse precedentemente un contratto. L’obbligo risarcitorio nasce dalla violazione del generale principio del neminem laedere, cioè dal dovere di non ledere ingiustamente la sfera giuridica altrui. Alcuni esempi di responsabilità extracontrattuale Un classico esempio è rappresentato dal soggetto che, attraverso un proprio comportamento colposo, provoca un danno a un’altra persona con la quale non aveva alcun precedente rapporto contrattuale. Tra le situazioni che possono determinare una responsabilità extracontrattuale possono rientrare, a seconda delle circostanze: Per stabilire se esista effettivamente una responsabilità è però necessario analizzare tutti gli elementi richiesti dalla disciplina applicabile. Qual è la differenza tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale? La differenza principale riguarda l’origine dell’obbligo violato. Nella responsabilità contrattuale esiste un’obbligazione che vincolava già le parti e uno dei soggetti non la esegue correttamente. Nella responsabilità extracontrattuale, invece, il danno deriva dalla violazione del generale dovere di non arrecare ingiustamente danno agli altri. La distinzione produce conseguenze concrete. Responsabilità contrattuale Responsabilità extracontrattuale Presuppone un’obbligazione preesistente Non richiede necessariamente un precedente rapporto contrattuale Riferimento generale: art. 1218 c.c. Riferimento generale: art. 2043 c.c. Deriva dall’inadempimento o inesatto adempimento Deriva da un fatto illecito che provoca un danno ingiusto Regime probatorio collegato all’obbligazione e all’inadempimento Il danneggiato deve normalmente provare gli elementi costitutivi dell’illecito Prescrizione ordinariamente decennale, salvo discipline specifiche Prescrizione generalmente quinquennale, salve le eccezioni previste dalla legge La corretta qualificazione della responsabilità è quindi molto importante, soprattutto quando si deve impostare una richiesta di risarcimento. Chi deve provare l’inadempimento nella responsabilità contrattuale? Uno degli aspetti più rilevanti riguarda l’onere della prova. In termini generali, il creditore che agisce per ottenere l’adempimento, la risoluzione o il risarcimento deve provare il titolo da cui deriva il proprio diritto e allegare l’inadempimento della controparte. Il debitore dovrà invece dimostrare di avere esattamente adempiuto oppure, nei casi previsti, che l’inadempimento o il ritardo siano dipesi da una causa a lui non imputabile. La concreta distribuzione dell’onere probatorio può comunque dipendere dalla natura dell’obbligazione e dalla specifica controversia. Per questo motivo è fondamentale esaminare contratto, comunicazioni, fatture, pagamenti e ogni altro documento relativo al rapporto. Cosa deve dimostrare chi chiede il risarcimento extracontrattuale? Nella responsabilità extracontrattuale il danneggiato deve generalmente fornire la prova degli elementi sui quali fonda la propria richiesta. Assumono particolare importanza: Non basta quindi dimostrare di aver subito un danno: occorre anche poterlo collegare giuridicamente alla condotta del soggetto ritenuto responsabile. Esistono inoltre ipotesi particolari di responsabilità civile per le quali la legge stabilisce regole specifiche o differenti criteri probatori. Il nesso causale: perché è fondamentale? Per ottenere il risarcimento è necessario dimostrare che il danno lamentato sia conseguenza dell’inadempimento o del comportamento contestato secondo le regole applicabili al caso. Questo collegamento viene definito nesso causale. Si pensi a un bene danneggiato, a una perdita economica o a una lesione: non è sufficiente dimostrare che il danno esista. È necessario stabilire se sia effettivamente riconducibile alla condotta della controparte. Nelle controversie più complesse possono rendersi necessari documenti tecnici, perizie, consulenze o altri accertamenti specialistici. Quali danni possono essere risarciti? La richiesta risarcitoria deve essere costruita sulla base dei danni concretamente subiti e giuridicamente risarcibili. A seconda della situazione possono assumere rilevanza danni patrimoniali e non patrimoniali. Il danno patrimoniale può comprendere, ricorrendone i presupposti: In determinate situazioni possono essere risarcibili anche danni di natura non patrimoniale, quando ricorrono i presupposti previsti dall’ordinamento. Non esiste però un risarcimento automatico: il danno deve essere individuato, provato e quantificato, secondo le regole applicabili alla singola fattispecie. Danno emergente e lucro cessante Nella quantificazione del danno patrimoniale è importante distinguere tra danno emergente e lucro cessante. Il danno emergente rappresenta, in termini generali, la perdita economica effettivamente subita. Il lucro cessante riguarda invece il guadagno che il danneggiato non ha potuto conseguire a causa dell’inadempimento o del fatto illecito, purché sussistano i presupposti per riconoscerlo e sia possibile fornirne adeguata dimostrazione. Ad esempio, un’attività commerciale che subisce un danno potrebbe non limitarsi a sostenere determinate spese,
Bagaglio Smarrito: Rimborso, Risarcimento e Cosa Fare
Hai raggiunto la tua destinazione, aspetti davanti al nastro trasportatore ma la tua valigia non arriva? Il bagaglio smarrito è uno dei disservizi più spiacevoli che possono verificarsi durante un viaggio aereo, soprattutto quando all’interno della valigia si trovano vestiti, effetti personali e altri beni necessari durante il soggiorno. In questi casi è fondamentale sapere cosa fare immediatamente in aeroporto, quali documenti conservare e quando è possibile chiedere alla compagnia aerea il rimborso delle spese sostenute e il risarcimento per il bagaglio definitivamente smarrito. La normativa internazionale riconosce infatti specifiche tutele al passeggero. In particolare, nei trasporti soggetti alla Convenzione di Montreal, la responsabilità del vettore per distruzione, perdita, danneggiamento o ritardo del bagaglio è soggetta, salvo particolari ipotesi, a un limite massimo attualmente pari a 1.519 DSP (Diritti Speciali di Prelievo) per passeggero. ITuoiLegali assiste i passeggeri nella gestione delle pratiche relative a bagagli smarriti o consegnati in ritardo, verificando la documentazione, quantificando quanto può essere richiesto e formulando la richiesta nei confronti della compagnia aerea. Bagaglio non arrivato in aeroporto: è già considerato smarrito? No. È importante distinguere tra mancata o ritardata consegna e vero e proprio smarrimento. Se al termine del volo la valigia non compare sul nastro, il bagaglio non viene automaticamente considerato definitivamente perso. Secondo le indicazioni ENAC, se il bagaglio viene ritrovato prima che siano trascorsi 21 giorni si tratta di ritardata riconsegna. Se invece, trascorsi 21 giorni dalla compilazione del PIR, non si ricevono notizie sul ritrovamento, il bagaglio viene considerato smarrito. Questa distinzione è importante perché cambiano le voci di danno che il passeggero può richiedere. Cosa fare immediatamente se il bagaglio non arriva La prima cosa da fare è non lasciare l’area di riconsegna dei bagagli senza aver segnalato il problema. Il passeggero deve recarsi presso l’ufficio Lost & Found dell’aeroporto di arrivo e denunciare la mancata consegna della valigia. È importante avere con sé: L’ufficio procederà all’apertura della pratica per rintracciare il bagaglio. Cos’è il PIR e perché è così importante? Al Lost & Found viene compilato il PIR – Property Irregularity Report, il rapporto attraverso il quale viene formalmente constatata l’irregolarità relativa al bagaglio. ENAC raccomanda di aprire il rapporto di mancata riconsegna prima di lasciare l’area riconsegna bagagli dell’aeroporto di arrivo. Nel PIR vengono generalmente riportati i dati del passeggero, quelli del volo, le informazioni relative al bagaglio e una descrizione della valigia. È fondamentale conservare il PIR e il relativo codice identificativo, perché rappresentano documenti essenziali per la successiva gestione della pratica. Il PIR è sufficiente per ottenere il risarcimento? La compilazione del PIR è fondamentale, ma non bisogna confondere la segnalazione effettuata al Lost & Found con la successiva richiesta economica alla compagnia aerea. Dopo aver denunciato la mancata consegna è quindi necessario seguire la pratica e, nei termini previsti, presentare al vettore la documentazione necessaria per ottenere il rimborso o il risarcimento spettante. Tra i documenti indicati da ENAC figurano il codice di prenotazione, il PIR, il talloncino identificativo del bagaglio e, in caso di smarrimento, l’elenco del contenuto della valigia. Bagaglio consegnato in ritardo: posso comprare vestiti e beni di prima necessità? Quando il passeggero arriva a destinazione senza la propria valigia può trovarsi costretto ad acquistare beni indispensabili per proseguire il viaggio. Può trattarsi, ad esempio, di: In caso di ritardata consegna, ENAC indica la possibilità di avviare una pratica per ottenere il risarcimento delle spese sostenute per beni di prima necessità, presentando gli originali degli scontrini o delle ricevute fiscali. La richiesta deve essere formulata entro 21 giorni dall’effettiva riconsegna del bagaglio. È quindi fondamentale conservare ogni ricevuta. Gli acquisti dovrebbero comunque essere ragionevoli e proporzionati alla situazione: l’assenza temporanea della valigia non rappresenta un’autorizzazione a effettuare qualsiasi tipo di spesa. Dopo quanti giorni il bagaglio è considerato definitivamente smarrito? Il termine fondamentale è 21 giorni. Se entro 21 giorni dalla compilazione del PIR non vengono ricevute notizie sul ritrovamento, secondo ENAC il bagaglio viene considerato smarrito. A quel punto il passeggero può procedere con la richiesta di risarcimento per la perdita definitiva del bagaglio e del suo contenuto. È importante predisporre un elenco il più possibile preciso degli oggetti presenti nella valigia e raccogliere ogni elemento utile a dimostrarne esistenza e valore. Quanto spetta per un bagaglio smarrito? Per i trasporti ai quali si applica la Convenzione di Montreal, dal 28 dicembre 2024 il limite di responsabilità relativo al bagaglio è stato aggiornato a 1.519 DSP per passeggero. ENAC riporta attualmente lo stesso limite per le compagnie dell’Unione Europea e per quelle registrate nei Paesi aderenti alla Convenzione di Montreal. Attenzione però a un aspetto molto importante: 1.519 DSP non rappresentano un indennizzo fisso che viene automaticamente corrisposto a ogni passeggero che perde la valigia. Si tratta del limite della responsabilità previsto dalla Convenzione, salvo le specifiche eccezioni previste dalla disciplina applicabile. Il passeggero deve quindi formulare e documentare la propria richiesta economica in relazione al danno effettivamente subito. Il limite vale per ogni valigia o per ogni passeggero? Il limite previsto dalla Convenzione di Montreal è riferito al passeggero e non alla singola valigia. Questo aspetto è particolarmente importante quando uno stesso passeggero ha imbarcato più bagagli. Il limite attuale di 1.519 DSP riguarda complessivamente la responsabilità per il bagaglio riferibile al singolo passeggero, non costituisce una somma da moltiplicare automaticamente per il numero delle valigie smarrite. Come dimostrare cosa c’era dentro la valigia? Uno dei problemi più frequenti riguarda la prova del contenuto del bagaglio. Il passeggero dovrebbe predisporre un elenco dettagliato degli oggetti smarriti indicando, quando possibile: Possono essere utili anche fotografie scattate prima della partenza o altri elementi capaci di dimostrare il possesso dei beni. ENAC include espressamente tra la documentazione necessaria l’elenco del contenuto del bagaglio smarrito. È importante fornire informazioni realistiche e documentabili, soprattutto in presenza di beni di valore elevato. E se nella valigia avevo oggetti molto costosi? La presenza di beni di valore non comporta automaticamente il rimborso integrale del loro prezzo. La Convenzione di Montreal consente al passeggero, al momento della
Mobbing sul Lavoro: Come Riconoscerlo e Tutelare i Tuoi Diritti
Il mobbing sul lavoro consiste in una situazione caratterizzata da comportamenti vessatori, ostili o persecutori che, quando presentano determinate caratteristiche e vengono valutati nel loro complesso, possono compromettere la dignità, la professionalità e la salute del lavoratore. Emarginazione, umiliazioni continue, isolamento dai colleghi, svuotamento delle mansioni, pressioni ingiustificate o altre condotte ostili possono trasformare l’ambiente lavorativo in una situazione difficile da sostenere. Tuttavia, non ogni contrasto con il datore di lavoro o con i colleghi può essere qualificato come mobbing. Per questo è particolarmente importante ricostruire correttamente quanto accaduto e raccogliere gli elementi utili a dimostrarlo. ITuoiLegali assiste i lavoratori che ritengono di essere vittime di mobbing o di altre condotte vessatorie sul luogo di lavoro, valutando la situazione, la documentazione disponibile e le possibili iniziative da intraprendere per interrompere i comportamenti illegittimi e ottenere, quando ne ricorrono i presupposti, il risarcimento dei danni subiti. Che cos’è il mobbing sul lavoro? Il termine mobbing viene comunemente utilizzato per descrivere una serie di comportamenti ostili o vessatori posti in essere nei confronti di un lavoratore e capaci, nel loro insieme, di determinare una situazione di progressiva emarginazione o mortificazione. La giurisprudenza ha avuto un ruolo fondamentale nel delineare le caratteristiche del fenomeno. Non bisogna quindi concentrarsi esclusivamente sul singolo episodio: ciò che assume particolare importanza è spesso la valutazione complessiva delle condotte, della loro frequenza, della loro durata e delle conseguenze prodotte sul lavoratore. Le situazioni possono essere molto diverse tra loro e devono essere analizzate caso per caso. Quali comportamenti possono essere considerati mobbing? Non esiste un elenco automatico di comportamenti che consenta di stabilire immediatamente la presenza di mobbing. Tra le condotte che, soprattutto se reiterate e inserite in un più ampio contesto vessatorio, possono assumere rilevanza troviamo: La presenza di uno o più di questi elementi non significa automaticamente che sia configurabile il mobbing. È necessario ricostruire il contesto complessivo. Mobbing verticale e mobbing orizzontale Le condotte vessatorie possono provenire da soggetti differenti all’interno dell’ambiente di lavoro. Si parla comunemente di mobbing verticale quando i comportamenti provengono dal datore di lavoro o da un superiore gerarchico nei confronti del dipendente. Quando invece le condotte vengono poste in essere da colleghi che si trovano sostanzialmente sullo stesso livello lavorativo si parla di mobbing orizzontale. Possono verificarsi anche situazioni più complesse nelle quali partecipano più persone o nelle quali il datore di lavoro, pur essendo a conoscenza delle condotte poste in essere da altri lavoratori, non interviene adeguatamente. Quando un comportamento sul lavoro diventa mobbing? Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare mobbing qualsiasi episodio spiacevole verificatosi sul posto di lavoro. Una discussione con il responsabile, un singolo provvedimento disciplinare, una valutazione negativa o una decisione organizzativa non costituiscono necessariamente mobbing. Nella valutazione giuridica assumono rilievo elementi quali: La qualificazione giuridica richiede pertanto un’analisi approfondita della vicenda nel suo complesso. Lo straining: quando le condotte non costituiscono mobbing Una situazione lavorativa lesiva può essere giuridicamente rilevante anche quando non sono presenti tutti gli elementi necessari per parlare di mobbing. In questo ambito viene frequentemente utilizzato il termine straining, riferito a situazioni di stress forzato sul lavoro nelle quali anche una condotta o un numero più limitato di comportamenti può produrre effetti negativi duraturi sulla posizione del lavoratore. Un demansionamento, un isolamento professionale o una modifica particolarmente penalizzante delle condizioni di lavoro potrebbero quindi meritare tutela anche se non è possibile dimostrare una vera e propria strategia persecutoria protratta nel tempo. È uno dei motivi per cui è importante non concentrare tutta la tutela esclusivamente sull’etichetta “mobbing”: anche singole condotte illegittime possono generare responsabilità e diritto al risarcimento, quando ne ricorrono i presupposti. Quali obblighi ha il datore di lavoro? Un riferimento fondamentale è rappresentato dall’articolo 2087 del Codice Civile, secondo il quale l’imprenditore deve adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori. La tutela non riguarda quindi esclusivamente la prevenzione degli incidenti materiali. Il datore di lavoro deve prestare attenzione anche alle condizioni nelle quali viene svolta l’attività e, in presenza di situazioni lesive di cui sia a conoscenza, adottare le misure necessarie secondo le circostanze concrete. Questo principio assume particolare importanza anche quando le condotte contestate provengono da superiori o colleghi. Come dimostrare il mobbing? La prova del mobbing rappresenta uno degli aspetti più delicati. Il lavoratore dovrebbe cercare di ricostruire gli avvenimenti in maniera cronologica e documentata, evitando di affidarsi esclusivamente al proprio racconto. Possono risultare utili, a seconda del caso: Può essere particolarmente utile predisporre una cronologia degli episodi, indicando per ciascuno data, luogo, persone presenti, comportamento subito ed eventuali documenti o testimoni disponibili. È possibile utilizzare e-mail e messaggi come prova? Le comunicazioni scritte possono avere un ruolo importante nella ricostruzione dei fatti. E-mail, chat aziendali e altri messaggi possono aiutare a dimostrare ordini impartiti, esclusioni, pressioni, richieste anomale o altri comportamenti rilevanti. La possibilità di utilizzare concretamente determinati documenti deve tuttavia essere valutata nel rispetto delle regole applicabili, soprattutto quando sono coinvolti dati aziendali, informazioni riservate o comunicazioni di terzi. È quindi opportuno evitare iniziative indiscriminate e sottoporre preventivamente il materiale a un professionista. Mobbing e demansionamento Il demansionamento può essere uno degli elementi di una più ampia situazione di mobbing, ma i due fenomeni non coincidono. Il lavoratore potrebbe essere progressivamente privato delle proprie responsabilità, escluso dai progetti, lasciato senza attività oppure destinato a compiti non coerenti con la propria posizione. Quando queste decisioni vengono inserite in un contesto più ampio di comportamenti vessatori possono concorrere alla ricostruzione del mobbing. Il demansionamento può però assumere autonoma rilevanza e consentire al lavoratore di far valere i propri diritti anche quando non sia possibile dimostrare il mobbing. Mobbing e dimissioni: attenzione prima di lasciare il lavoro Quando la situazione diventa insostenibile, il primo impulso del lavoratore può essere quello di presentare immediatamente le dimissioni. Prima di farlo è consigliabile valutare attentamente la propria posizione. Le dimissioni possono avere conseguenze sul rapporto di lavoro e sulle successive rivendicazioni. Inoltre, in presenza di comportamenti particolarmente gravi, potrebbe essere necessario verificare
Locazione, contratto di affitto e sfratto: diritti e tutela di proprietari e inquilini
Le controversie relative a locazione e sfratto possono nascere per numerose ragioni: mancato pagamento dei canoni, ritardi continui, scadenza del contratto, mancato rilascio dell’immobile, contestazioni sulle spese, restituzione del deposito cauzionale o violazione degli obblighi previsti dal contratto. Il rapporto tra proprietario e inquilino è regolato dal contratto e dalla normativa applicabile e attribuisce diritti e obblighi a entrambe le parti. Per questo motivo, quando nasce una controversia, è importante evitare iniziative autonome e verificare quale sia lo strumento giuridico più appropriato. ITuoiLegali assiste proprietari e conduttori nella gestione delle problematiche relative ai contratti di locazione, intervenendo dalla fase di consulenza e predisposizione del contratto fino al recupero dei canoni non pagati, alla procedura di sfratto e alle controversie relative alla restituzione dell’immobile. Il contratto di locazione: perché è importante disciplinare correttamente il rapporto Con il contratto di locazione il proprietario, o comunque il soggetto legittimato, concede a un’altra persona il godimento di un immobile per un determinato periodo in cambio del pagamento di un canone. Nel linguaggio comune si parla spesso di contratto di fitto o affitto, anche se dal punto di vista giuridico, quando si tratta del godimento di un’abitazione, di un locale commerciale o di un altro immobile, il termine normalmente utilizzato è locazione. Un contratto redatto correttamente permette di disciplinare fin dall’inizio aspetti fondamentali quali: Una formulazione poco chiara delle clausole può essere all’origine di successive controversie. Locazione abitativa e locazione commerciale È importante distinguere innanzitutto tra locazioni ad uso abitativo e locazioni ad uso diverso dall’abitativo, perché sono soggette a discipline differenti. Nel settore abitativo esistono diverse tipologie contrattuali, tra cui il contratto a canone libero, quello a canone concordato e, quando ne ricorrono i presupposti, i contratti di natura transitoria. Le locazioni commerciali riguardano invece immobili utilizzati per attività industriali, commerciali, artigianali, professionali e altre attività previste dalla relativa disciplina. Durata, rinnovo, disdetta e ulteriori diritti delle parti devono quindi essere verificati in funzione della tipologia concreta del contratto. Cosa succede se l’inquilino non paga l’affitto? Il mancato pagamento del canone rappresenta una delle controversie più frequenti nei rapporti di locazione. Quando il conduttore non paga regolarmente quanto dovuto, il proprietario può innanzitutto richiedere formalmente il pagamento delle somme arretrate. Se la morosità persiste, può essere valutato l’avvio della procedura di sfratto per morosità. La procedura può essere utilizzata per ottenere il rilascio dell’immobile e può essere accompagnata, ricorrendone i presupposti, dalla richiesta di pagamento dei canoni non corrisposti. È importante conservare il contratto, la documentazione relativa alla sua registrazione e la prova delle somme rimaste insolute. Come funziona lo sfratto per morosità? Lo sfratto per morosità è una procedura attraverso la quale il locatore può chiedere al giudice la convalida dello sfratto quando il conduttore non adempie all’obbligo di pagamento. Il procedimento viene avviato mediante intimazione di sfratto e contestuale citazione per la convalida davanti al Tribunale competente. All’udienza possono verificarsi diverse situazioni. Se il conduttore non compare o, comparendo, non si oppone e ricorrono i presupposti previsti dalla legge, il giudice può convalidare lo sfratto. Se invece vengono formulate contestazioni, il procedimento può proseguire secondo le forme previste dall’ordinamento. Nelle locazioni abitative, in presenza delle condizioni previste dalla legge, il conduttore può inoltre chiedere al giudice un termine per sanare la morosità, comunemente definito “termine di grazia“. Il proprietario può recuperare anche gli affitti non pagati? Sì. Il rilascio dell’immobile e il recupero delle somme dovute sono due aspetti distinti ma possono essere affrontati nell’ambito della tutela del locatore. Nella procedura per morosità il proprietario può chiedere, quando ne ricorrono i presupposti, anche un decreto ingiuntivo per i canoni scaduti. La disciplina processuale consente infatti di affiancare alla richiesta di rilascio quella relativa al pagamento dei canoni. L’obiettivo può quindi essere duplice: La strategia deve essere valutata considerando l’ammontare della morosità e la situazione concreta del conduttore. Sfratto per finita locazione: cosa succede se l’inquilino non lascia l’immobile? Una situazione differente dalla morosità si verifica quando il contratto è arrivato alla sua scadenza ma il conduttore non restituisce l’immobile. In presenza dei relativi presupposti il proprietario può utilizzare la procedura di sfratto per finita locazione per ottenere un titolo che consenta il rilascio dell’immobile. Il procedimento per convalida è previsto sia per le locazioni ad uso abitativo sia per quelle ad uso diverso. È però fondamentale verificare preventivamente che il contratto sia effettivamente cessato e che eventuali comunicazioni di disdetta siano state effettuate correttamente e nei termini previsti. Il proprietario può cambiare la serratura o mandare via direttamente l’inquilino? No. Anche in presenza di morosità, il proprietario non dovrebbe procedere autonomamente alla liberazione dell’immobile. Cambiare le serrature, impedire l’accesso all’abitazione, rimuovere i beni dell’inquilino o utilizzare altri strumenti di pressione può esporre il proprietario a ulteriori contestazioni. Quando l’inquilino non rilascia spontaneamente l’immobile è necessario utilizzare la procedura prevista dalla legge. Una volta ottenuto il titolo esecutivo e decorso quanto previsto dalla procedura, se il rilascio non avviene spontaneamente può essere avviata la fase esecutiva per ottenere la liberazione dell’immobile. Il Ministero della Giustizia descrive infatti il rilascio forzato come la fase successiva quando l’immobile non viene restituito volontariamente. L’inquilino può opporsi allo sfratto? Sì. Il conduttore può presentarsi all’udienza e formulare le proprie contestazioni quando ritiene che non sussistano i presupposti dello sfratto. Può accadere, ad esempio, che vengano contestati: L’opposizione non significa automaticamente che lo sfratto verrà bloccato definitivamente. Sarà necessario valutare la fondatezza delle contestazioni e gli effetti che queste producono sulla procedura. Cos’è il termine di grazia? Nelle locazioni abitative, in determinate circostanze, il conduttore moroso può chiedere al giudice un termine per sanare la propria posizione. Il cosiddetto termine di grazia può consentire al conduttore di pagare quanto dovuto entro il termine stabilito dal giudice ed evitare, quando ricorrono i relativi presupposti, la risoluzione del contratto per quella morosità. La disciplina non deve però essere considerata un’automatica possibilità di rinviare indefinitamente il pagamento. Il Tribunale di Torino, ad esempio, nella propria scheda informativa sulla procedura indica che il giudice può concedere un termine fino a 90
Disservizio linea internet e telefonica: cosa fare in caso di guasto o malfunzionamento
Un disservizio linea internet può causare notevoli difficoltà sia ai consumatori sia alle attività professionali e alle imprese. Connessione completamente assente, linea telefonica isolata, continue interruzioni o un servizio che funziona solo parzialmente possono impedire all’utente di utilizzare regolarmente un servizio per il quale continua a pagare il canone. In queste situazioni è importante intervenire tempestivamente e affidarsi a un’assistenza specializzata. ITuoiLegali offre un’assistenza qualificata, rapida ed efficace nella gestione dei guasti e dei malfunzionamenti della linea telefonica e internet, sia per le utenze private sia per quelle business, occupandosi direttamente della controversia con l’operatore. In particolare, nei casi di assenza prolungata del servizio voce e internet, quando ne ricorrono i presupposti, ITuoiLegali può attivare la procedura urgente finalizzata al ripristino del servizio, senza limitarsi ad attendere l’esito dei normali reclami presentati all’operatore. Contestualmente, viene valutata e formulata la richiesta dell’indennizzo spettante per i giorni di disservizio, sulla base della tipologia di servizio interessato, della durata dell’interruzione e della disciplina applicabile. L’obiettivo è quindi duplice: ottenere nel più breve tempo possibile il ripristino della linea e tutelare economicamente l’utente per il periodo durante il quale il servizio non è stato regolarmente erogato. Quando il guasto dipende dall’operatore e non viene risolto nei tempi previsti, infatti, l’utente può avere diritto, in presenza dei relativi presupposti, allo storno o al rimborso delle somme non dovute e al riconoscimento degli indennizzi previsti per la durata del disservizio. Per questo motivo, soprattutto quando l’assenza di telefono e internet si protrae per diversi giorni o compromette un’attività professionale o aziendale, è importante non limitarsi a effettuare ripetute segnalazioni al servizio clienti: ITuoiLegali può intervenire per attivare gli strumenti di tutela previsti per gli utenti e consumatori, e gestire la procedura fino alla risoluzione della problematica. Quali sono i principali guasti della linea telefonica e internet? Il disservizio può manifestarsi in modi differenti. Tra i problemi più frequenti troviamo: È importante distinguere soprattutto tra interruzione completa e funzionamento irregolare o discontinuo, perché la tipologia e la durata del disservizio possono incidere sulle tutele riconoscibili. Internet non funziona: cosa deve fare l’utente? Quando la linea internet o telefonica smette di funzionare, è importante effettuare subito una segnalazione all’operatore. Non è consigliabile attendere diversi giorni sperando che il problema venga risolto automaticamente. La segnalazione permette infatti di documentare l’esistenza del guasto e, soprattutto, il momento dal quale l’operatore è stato informato del problema. È opportuno conservare: Quando il reclamo viene effettuato telefonicamente, AGCOM raccomanda di annotare il codice identificativo della segnalazione fornito dal call center. Operatore Numero assistenza clienti Utenza / Note TIM 187 Linea fissa e internet. Gratuito e attivo 24 ore su 24. Per il mobile: 119. (TIM) Vodafone 190 Assistenza clienti Vodafone. Da rete fissa o altro operatore è disponibile anche 800 100 195, dalle 8:00 alle 22:00. WINDTRE 159 Assistenza clienti Consumer e Professional, anche per linea fissa e internet. Il servizio con operatore è indicato dalle 8:00 alle 22:00. (WINDTRE) WINDTRE Business 1928 Numero dedicato alle utenze Business. (WINDTRE) Fastweb 192 193 Assistenza per clienti Famiglia e Partita IVA; utilizzabile anche per problematiche relative a connessione e linea voce. (Fastweb) Fastweb Piccole Imprese 192 194 Assistenza dedicata alle Piccole Imprese (2–8 linee). (Fastweb) Tiscali 130 Assistenza clienti privati, compreso supporto tecnico per linea fissa e internet. (Tiscali Assistenza) Tiscali Business 192 130 Assistenza dedicata ai clienti Business. (Tiscali Assistenza) Iliad 177 Servizio Utenti, anche per Iliad Fibra; disponibile dalle 8:00 alle 22:00, tutti i giorni compresi i festivi. (iliad) Sky Wifi 170 Assistenza tecnica Sky Wifi. È indicato anche il numero verde 800 918 918. (Sky) Linkem 800 546 536 Numero di assistenza clienti indicato nella documentazione Linkem; è riportato anche il numero 06 94 444. (Linkem) Per quanto tempo può rimanere guasta una linea? Non esiste un unico termine identico per qualsiasi contratto e qualsiasi tipologia di guasto. Per verificare entro quanto tempo l’operatore avrebbe dovuto intervenire è necessario considerare il contratto, la Carta dei Servizi dell’operatore e gli standard applicabili. Proprio per questo motivo è importante conoscere la data della prima segnalazione e conservare tutti i successivi solleciti. Un guasto risolto rapidamente e un’interruzione protratta per settimane rappresentano situazioni molto differenti anche ai fini dell’eventuale indennizzo. Quando spetta un indennizzo per il disservizio internet o telefonico? La presenza di un malfunzionamento imputabile all’operatore può determinare, ricorrendone i presupposti, il diritto a un indennizzo economico. AGCOM ha adottato un apposito Regolamento in materia di indennizzi proprio per uniformare i criteri applicabili alle controversie tra utenti e operatori. Gli indennizzi riconosciuti nella procedura di definizione sono collegati alla tipologia e alla gravità del disservizio. La valutazione può dipendere, tra gli altri elementi, da: Non è quindi corretto stabilire l’importo spettante senza prima ricostruire precisamente il caso. Compagnia Carta dei Servizi / documento ufficiale TIM Carta dei Servizi TIM – Linea di Casa Vodafone Carta del Cliente Vodafone – servizi mobili e fissi WINDTRE Carta dei Servizi e Obiettivi di qualità WINDTRE Fastweb Carte dei Servizi Fastweb Tiscali Carta dei Servizi Tiscali Iliad Carta dei Servizi Iliad Fibra – Internet e telefonia vocale Sky Wifi Condizioni e Carta dei Servizi Sky Wifi Linkem Carta dei Servizi Linkem Indennizzo e risarcimento del danno sono la stessa cosa? No. È importante distinguere indennizzo e risarcimento del danno. L’indennizzo può essere riconosciuto secondo i criteri previsti dalla regolamentazione AGCOM, dalle condizioni contrattuali o dalle Carte dei Servizi in presenza di determinati disservizi. Il risarcimento riguarda invece l’eventuale maggior danno concretamente subito e dimostrabile dall’utente. La distinzione assume particolare importanza, ad esempio, quando un’interruzione prolungata coinvolge un’attività professionale o commerciale e vengono lamentate conseguenze economiche ulteriori. AGCOM precisa infatti che nell’ambito della definizione della controversia possono essere disposti rimborsi e indennizzi, mentre resta salva la possibilità di richiedere l’eventuale maggior danno nelle sedi competenti. Il canone deve essere pagato anche quando internet non funziona? Quando il servizio non viene regolarmente erogato, è opportuno verificare anche gli importi fatturati dall’operatore durante il periodo interessato dal disservizio. A seconda delle circostanze può essere possibile richiedere lo storno o il
Licenziamenti illegittimi: quando il lavoratore può contestare il licenziamento
I licenziamenti illegittimi si verificano quando il datore di lavoro interrompe il rapporto senza rispettare i presupposti sostanziali o le regole previste dalla legge. Il lavoratore che ritiene ingiusto il proprio licenziamento può contestarlo e, a seconda del caso concreto, ottenere una tutela economica o, nelle ipotesi previste dall’ordinamento, la reintegrazione nel posto di lavoro. Non ogni licenziamento, infatti, è automaticamente legittimo per il solo fatto di essere stato comunicato dal datore di lavoro. È necessario verificare la motivazione, le circostanze che hanno determinato il recesso, la procedura seguita, la tipologia di rapporto e la disciplina applicabile. Un elemento particolarmente importante è rappresentato dai termini per impugnare il licenziamento: attendere troppo tempo può compromettere la possibilità di far valere i propri diritti sul lavoro. Per questo motivo è consigliabile richiedere una valutazione tempestiva della propria posizione. Quando un licenziamento può essere illegittimo? Il datore di lavoro può recedere da un rapporto a tempo indeterminato soltanto in presenza dei presupposti previsti dall’ordinamento, salvo le specifiche ipotesi nelle quali opera il recesso libero. A seconda delle circostanze, il licenziamento può essere contestato quando, ad esempio: Stabilire l’illegittimità richiede quindi un’analisi della lettera di licenziamento e dell’intera vicenda che ha preceduto la cessazione del rapporto. Licenziamento per giusta causa Il licenziamento per giusta causa può essere disposto quando si verifica una situazione talmente grave da non consentire la prosecuzione, neppure temporanea, del rapporto di lavoro. In questi casi il rapporto può cessare senza periodo di preavviso. La semplice contestazione di un comportamento scorretto, tuttavia, non rende automaticamente legittimo il licenziamento. Occorre valutare concretamente: Una condotta disciplinarmente rilevante potrebbe, in determinate circostanze, giustificare una sanzione conservativa ma non necessariamente il licenziamento. Licenziamento per giustificato motivo soggettivo Il giustificato motivo soggettivo riguarda un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore che, pur non raggiungendo necessariamente la gravità della giusta causa, può giustificare la cessazione del rapporto. Anche in questo caso il datore di lavoro deve rispettare le garanzie previste per il procedimento disciplinare quando applicabili. È quindi necessario verificare sia la fondatezza della contestazione sia il rispetto della procedura utilizzata per arrivare al licenziamento. Licenziamento disciplinare: quali regole deve rispettare il datore? Quando il licenziamento deriva da una condotta contestata al dipendente, assumono particolare importanza le garanzie previste dall’articolo 7 dello Statuto dei Lavoratori. Il lavoratore deve poter conoscere gli addebiti che gli vengono contestati ed esercitare concretamente il proprio diritto di difesa. A seconda del caso devono essere verificati diversi aspetti, tra cui: Eventuali irregolarità possono incidere sulla legittimità del recesso e sulle conseguenze riconosciute al lavoratore. Licenziamento per motivi economici o organizzativi Il datore di lavoro può procedere al licenziamento anche per ragioni legate all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento dell’impresa. Si parla generalmente di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Può trattarsi, ad esempio, di una riorganizzazione aziendale o della soppressione di una determinata posizione lavorativa. Anche in questo caso, tuttavia, la motivazione deve essere effettiva e non semplicemente utilizzata per nascondere ragioni differenti. Nella valutazione possono assumere rilievo: Il giudice non sostituisce normalmente le proprie scelte imprenditoriali a quelle del datore, ma può verificare l’effettività delle ragioni poste alla base del licenziamento e il rispetto dei requisiti previsti dalla legge. Licenziamento discriminatorio, nullo o ritorsivo Particolarmente gravi sono le ipotesi nelle quali il licenziamento sia discriminatorio, contrario a specifici divieti di legge o determinato da un motivo illecito. La tutela contro le discriminazioni riguarda numerosi fattori protetti dall’ordinamento. Una situazione differente, ma altrettanto delicata, può verificarsi quando il licenziamento rappresenta una ritorsione nei confronti del lavoratore, ad esempio in conseguenza dell’esercizio legittimo di un proprio diritto, purché ricorrano i presupposti necessari per qualificare il motivo illecito come determinante. Queste ipotesi richiedono particolare attenzione perché possono comportare forme di tutela più incisive rispetto ad altre tipologie di licenziamento illegittimo. Licenziamento durante malattia, maternità e altri periodi protetti Esistono situazioni nelle quali il lavoratore beneficia di specifiche protezioni contro il licenziamento. La presenza di una malattia non rende il dipendente in assoluto “illicenziabile”, ma è necessario verificare, tra gli altri aspetti, il periodo di comporto previsto dalla legge e dalla contrattazione collettiva e la concreta motivazione del recesso. Particolari tutele sono inoltre previste dalla normativa in materia di maternità e paternità, con divieti di licenziamento e specifiche eccezioni disciplinate dalla legge. Quando il recesso interviene durante un periodo protetto è quindi particolarmente importante verificare la normativa e il CCNL applicabili prima di considerarlo legittimo. Quanto tempo ha il lavoratore per impugnare il licenziamento? Questo è uno degli aspetti più importanti. In linea generale, il lavoratore deve impugnare il licenziamento entro 60 giorni dalla ricezione della comunicazione scritta, mediante qualsiasi atto scritto idoneo a rendere nota la volontà di contestarlo. L’impugnazione deve poi essere seguita, entro il successivo termine previsto dalla legge, dal deposito del ricorso giudiziale oppure dall’attivazione di una procedura di conciliazione o arbitrato secondo le modalità previste. Il termine successivo è, in linea generale, di 180 giorni. Il rispetto delle scadenze è essenziale. Anche un licenziamento potenzialmente illegittimo rischia di non poter essere efficacemente contestato se vengono lasciati decorrere i termini previsti. Per questo motivo è consigliabile rivolgersi tempestivamente a un professionista dopo aver ricevuto la comunicazione di licenziamento. Cosa può ottenere il lavoratore in caso di licenziamento illegittimo? Non esiste un’unica conseguenza applicabile a tutti i licenziamenti illegittimi. La tutela concretamente riconoscibile dipende da numerosi elementi, tra cui: A seconda del caso, il lavoratore può ottenere una tutela risarcitoria o indennitaria oppure, nelle ipotesi nelle quali la legge la prevede, la reintegrazione nel posto di lavoro, con le ulteriori conseguenze economiche stabilite dall’ordinamento. Per questo motivo non è corretto affermare che ogni licenziamento illegittimo comporti automaticamente il ritorno al lavoro. Come dimostrare che il licenziamento è illegittimo? La documentazione assume un ruolo fondamentale. È consigliabile conservare: A seconda della controversia possono assumere rilevanza anche testimonianze e ulteriori elementi di prova. Cosa fare immediatamente dopo aver ricevuto un licenziamento? Ricevere una lettera di licenziamento può portare il lavoratore ad agire impulsivamente oppure, al contrario, a non fare nulla
Separazioni e divorzi: come tutelare i propri diritti e quelli della famiglia
Le separazioni e divorzi rappresentano momenti particolarmente delicati nella vita familiare e possono coinvolgere questioni personali, economiche e patrimoniali di notevole importanza. Quando sono presenti figli, inoltre, occorre disciplinare aspetti fondamentali come responsabilità genitoriale, tempi di permanenza con ciascun genitore, mantenimento e assegnazione della casa familiare. Separazione e divorzio non sono però la stessa cosa e producono conseguenze giuridiche differenti. La procedura da seguire può inoltre cambiare notevolmente a seconda che i coniugi abbiano raggiunto un accordo oppure esistano contrasti sulle condizioni della separazione o dello scioglimento del matrimonio. Affrontare correttamente questi passaggi permette di tutelare i propri diritti e, soprattutto quando sono coinvolti figli, di individuare soluzioni equilibrate e sostenibili nel tempo. Qual è la differenza tra separazione e divorzio? La separazione personale non determina lo scioglimento definitivo del matrimonio, ma sospende alcuni degli obblighi derivanti dal rapporto coniugale e disciplina la nuova situazione familiare. I coniugi restano quindi legalmente sposati, pur cessando la convivenza e modificandosi alcuni degli obblighi reciproci. Il divorzio, invece, determina lo scioglimento del matrimonio civile o la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario. Dopo il divorzio, quindi, viene meno lo status di coniuge e, una volta divenuta efficace la relativa pronuncia, è possibile contrarre un nuovo matrimonio nel rispetto delle condizioni previste dalla legge. Separazione consensuale e separazione giudiziale La separazione può essere consensuale oppure giudiziale. Separazione consensuale Si parla di separazione consensuale quando marito e moglie riescono a raggiungere un accordo sulle principali conseguenze della separazione. L’accordo può riguardare, tra gli altri aspetti: Quando esistono le condizioni per raggiungere un’intesa equilibrata, la soluzione consensuale consente generalmente di ridurre tempi, conflittualità e costi. Separazione giudiziale Quando i coniugi non riescono a raggiungere un accordo, uno di essi può chiedere la separazione giudiziale. In questo caso sarà il giudice a decidere sulle questioni controverse sulla base delle richieste formulate dalle parti e degli elementi acquisiti nel procedimento. La separazione giudiziale può rendersi necessaria, ad esempio, quando vi siano forti contrasti sull’affidamento dei figli, sul mantenimento, sulla casa familiare o su altri aspetti economici. Quando è possibile chiedere il divorzio? Dopo la separazione è possibile chiedere il divorzio una volta trascorso il periodo previsto dalla legge. Con la disciplina del cosiddetto divorzio breve, i termini sono stati significativamente ridotti. In linea generale, il termine è: La decorrenza concreta dei termini deve essere verificata in relazione alla procedura utilizzata e alle caratteristiche del caso. Le riforme del processo familiare hanno inoltre introdotto la possibilità, ricorrendone i presupposti, di proporre nello stesso procedimento la domanda di separazione e quella di divorzio, fermo restando il rispetto delle condizioni e dei termini previsti dalla legge. Divorzio congiunto e divorzio contenzioso Anche il divorzio può essere richiesto congiuntamente oppure diventare oggetto di un procedimento contenzioso. Nel divorzio congiunto, i coniugi concordano le condizioni che disciplineranno i loro rapporti dopo lo scioglimento del matrimonio. Quando invece non esiste un accordo, sarà necessario rivolgersi al giudice affinché vengano definite le questioni ancora controverse. Anche in questa fase possono assumere particolare importanza: Cosa succede ai figli dopo la separazione? La presenza di figli richiede particolare attenzione. Il principio fondamentale è la tutela del superiore interesse del minore, che deve orientare tutte le decisioni relative alla nuova organizzazione familiare. L’affidamento condiviso rappresenta il modello ordinario, salvo che sussistano ragioni che rendano necessaria una soluzione differente. Affidamento condiviso non significa necessariamente che il figlio debba trascorrere esattamente metà del tempo presso ciascun genitore. Significa, invece, che entrambi continuano a esercitare la responsabilità genitoriale secondo quanto previsto dalla legge e dai provvedimenti adottati. Devono quindi essere regolamentati aspetti come: Come viene stabilito il mantenimento dei figli? Entrambi i genitori hanno l’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli in proporzione alle rispettive capacità economiche e secondo i criteri stabiliti dalla legge. Nella determinazione del contributo possono essere valutati diversi elementi, tra cui: Oltre al contributo ordinario possono essere previste modalità specifiche per la ripartizione delle spese straordinarie, ad esempio determinate spese sanitarie, scolastiche o relative ad attività dei figli. Il mantenimento termina quando il figlio compie 18 anni? Non automaticamente. Il raggiungimento della maggiore età non determina, da solo, la cessazione dell’obbligo di mantenimento. Occorre valutare se il figlio abbia raggiunto un’effettiva indipendenza economica e le circostanze concrete del suo percorso formativo e lavorativo. Allo stesso tempo, il mantenimento del figlio maggiorenne non economicamente indipendente non può essere considerato necessariamente illimitato: assumono rilievo anche età, formazione, comportamento e concreto impegno nella ricerca dell’autonomia. A chi viene assegnata la casa familiare? L’assegnazione della casa familiare non viene stabilita semplicemente in base a chi sia proprietario dell’immobile o a quale coniuge disponga del reddito più elevato. Quando sono presenti figli, la decisione è strettamente collegata alla tutela del loro interesse a conservare, per quanto possibile, l’ambiente domestico nel quale si è sviluppata la vita familiare. La proprietà dell’immobile e il diritto alla sua assegnazione sono quindi questioni giuridicamente distinte. In assenza di figli, o quando non ricorrono i presupposti per l’assegnazione della casa familiare, la situazione deve essere valutata secondo le ordinarie regole patrimoniali e sulla base degli eventuali accordi tra le parti. Quando spetta il mantenimento al coniuge? Durante la separazione, uno dei coniugi può avere diritto a un assegno di mantenimento quando ricorrono i requisiti previsti dalla legge. La valutazione non dipende esclusivamente dalla differenza di reddito tra marito e moglie. Devono essere considerate le condizioni economiche complessive delle parti e gli ulteriori elementi rilevanti nel caso concreto. È inoltre importante distinguere l’assegno di mantenimento previsto nella separazione dall’assegno divorzile, che risponde a presupposti e criteri propri. Per questo motivo, una somma riconosciuta durante la separazione non viene necessariamente confermata nello stesso importo dopo il divorzio. Cosa succede ai beni dei coniugi? Separazione e divorzio possono comportare anche importanti conseguenze patrimoniali. Occorre innanzitutto verificare se i coniugi abbiano scelto il regime della comunione legale dei beni oppure quello della separazione dei beni. In presenza di beni comuni possono essere necessarie ulteriori attività per disciplinarne la divisione. Particolare attenzione può essere richiesta in presenza di: La separazione
Impossibilità di viaggiare in aereo per motivi di salute o lutto familiare: quando è possibile ottenere il rimborso
L’impossibilità di viaggiare in aereo può verificarsi improvvisamente a causa di una malattia, un ricovero, un infortunio o un grave lutto familiare. In queste situazioni, il passeggero può essere costretto a rinunciare a un viaggio già prenotato e pagato, anche quando il volo viene regolarmente operato dalla compagnia aerea. In presenza di determinati presupposti, è possibile richiedere il rimborso volo per malattia, così come valutare il diritto al rimborso quando l’impedimento alla partenza deriva da un lutto familiare. Un aspetto particolarmente importante, spesso poco conosciuto dai viaggiatori, è che l’assenza di una polizza assicurativa per l’annullamento del viaggio non esclude automaticamente il diritto al rimborso. Nell’ordinamento italiano esistono infatti specifiche disposizioni che disciplinano l’impedimento del passeggero, tra cui l’articolo 945 del Codice della Navigazione. Inoltre, in determinate circostanze, la tutela può assumere rilievo non soltanto per il passeggero direttamente colpito dall’impedimento, ma anche quando l’impedimento riguarda uno dei congiunti o degli addetti alla famiglia che avrebbero dovuto viaggiare insieme. Per questo motivo, prima di considerare definitivamente perso il costo dei biglietti, è opportuno verificare attentamente il caso concreto e la documentazione disponibile. Cosa si intende per impedimento del passeggero? L’impedimento si verifica quando una circostanza sopravvenuta e non imputabile al passeggero rende impossibile effettuare il viaggio programmato. Tra le situazioni che possono assumere rilievo rientrano, a seconda del caso: Non è sufficiente una semplice decisione di non partire. L’impedimento deve essere effettivo e deve poter essere adeguatamente documentato. Cosa prevede l’articolo 945 del Codice della Navigazione? Un riferimento particolarmente importante per i voli soggetti alla normativa italiana è rappresentato dall’articolo 945 del Codice della Navigazione, dedicato proprio all’impedimento del passeggero. La disposizione prevede che, quando la partenza del passeggero è impedita per una causa a lui non imputabile, il contratto possa essere risolto secondo le condizioni stabilite dalla norma e il vettore debba restituire il prezzo di passaggio già pagato. La norma considera inoltre espressamente anche l’ipotesi in cui l’impedimento riguardi uno dei congiunti o degli addetti alla famiglia che devono viaggiare insieme. Questo aspetto è particolarmente rilevante perché la problematica non riguarda necessariamente soltanto il singolo passeggero direttamente ammalato o impossibilitato a partire. È comunque essenziale comunicare tempestivamente l’impedimento al vettore e documentare adeguatamente la circostanza che ha reso impossibile il viaggio. Rimborso del volo per motivi di salute Una malattia improvvisa può rendere impossibile prendere un volo già acquistato. Può accadere, ad esempio, che pochi giorni prima della partenza il passeggero venga ricoverato, subisca un infortunio oppure sviluppi una condizione clinica incompatibile con il viaggio. In queste situazioni è importante poter dimostrare che l’impedimento sia effettivamente collegato alla data prevista per la partenza. Possono risultare utili: La documentazione sanitaria dovrebbe permettere di ricostruire con chiarezza l’esistenza e la collocazione temporale dell’impedimento. Il rimborso volo per malattia può spettare anche ai familiari che viaggiano insieme? Questo è uno degli aspetti più importanti della disciplina. L’articolo 945 del Codice della Navigazione prende in considerazione anche l’impedimento di uno dei congiunti o degli addetti alla famiglia che devono viaggiare insieme. Di conseguenza, quando ne ricorrono concretamente i presupposti, la problematica può interessare anche gli altri componenti del viaggio e non esclusivamente la persona direttamente colpita dalla malattia o dall’impedimento. Si pensi, ad esempio, a una coppia che abbia acquistato un viaggio insieme e nella quale uno dei due coniugi sia improvvisamente impossibilitato a partire per una grave condizione di salute. Non bisogna però trasformare questa tutela in un automatismo per qualsiasi accompagnatore. È necessario verificare il rapporto tra i passeggeri, il fatto che dovessero viaggiare insieme, la prenotazione e le circostanze concrete dell’impedimento. Cosa succede in caso di lutto familiare? Anche un lutto familiare può determinare l’impossibilità di effettuare un viaggio già programmato. Il decesso improvviso di un familiare può infatti rendere necessaria la permanenza del passeggero nel luogo in cui si trova, la partecipazione alle esequie o la gestione delle conseguenze familiari dell’evento. Anche in questo caso è fondamentale documentare quanto accaduto e comunicare tempestivamente alla compagnia l’impossibilità di effettuare il viaggio. La possibilità di ottenere il rimborso deve essere valutata considerando il rapporto con la persona deceduta, le date dell’evento e del viaggio e la disciplina applicabile al contratto di trasporto. È necessaria un’assicurazione annullamento viaggio? No, non necessariamente. Questo è un punto che genera frequentemente confusione. L’eventuale tutela derivante direttamente dalla normativa applicabile al contratto di trasporto è distinta dalla copertura offerta da una polizza annullamento viaggio. Una polizza assicurativa può certamente essere utile e può prevedere ulteriori garanzie per malattia, infortunio, ricovero, lutto o altri eventi indicati nelle condizioni contrattuali. Tuttavia, la mancata stipula di un’assicurazione non significa automaticamente perdere qualsiasi possibilità di ottenere il rimborso dalla compagnia aerea. È quindi opportuno distinguere tra: Il passeggero non dovrebbe pertanto rinunciare a far valutare la propria posizione soltanto perché non aveva acquistato un’assicurazione. E se il biglietto acquistato era “non rimborsabile”? La presenza di una tariffa indicata come “non rimborsabile” non dovrebbe essere confusa con la disciplina dell’impedimento sopravvenuto. Una condizione tariffaria restrittiva assume particolare rilievo quando il passeggero decide volontariamente di non utilizzare il volo. Diversa è la situazione in cui la mancata partenza derivi da un evento sopravvenuto, non imputabile al viaggiatore e adeguatamente documentato. In questi casi è necessario esaminare la normativa applicabile, le condizioni di trasporto e le caratteristiche dell’impedimento prima di concludere che il prezzo del biglietto sia definitivamente perduto. Cosa fare appena si scopre di non poter partire? È importante avvisare tempestivamente la compagnia aerea. Non è consigliabile limitarsi a non presentarsi all’imbarco, risultando semplicemente come “no-show”, per poi chiedere successivamente il rimborso volo per malattia. La comunicazione dovrebbe indicare almeno: È opportuno allegare la documentazione disponibile oppure comunicare che verrà trasmessa appena possibile. Bisogna inoltre conservare una prova dell’invio della comunicazione e dell’eventuale risposta ricevuta. Quali documenti bisogna conservare? Una richiesta ben documentata aumenta la possibilità di ricostruire correttamente la vicenda. È consigliabile conservare: Particolare attenzione deve essere dedicata alle date, che devono permettere di collegare l’evento impeditivo al viaggio programmato. Cosa fare se la compagnia aerea rifiuta il rimborso
Recupero TFR, ratei, tredicesima, quattordicesima e ferie non godute: quali sono i diritti del lavoratore
Il recupero TFR e competenze non pagate, come: ratei, tredicesima, quattordicesima e ferie non godute può diventare necessario quando, alla cessazione del rapporto di lavoro o durante il suo svolgimento, il datore di lavoro non corrisponde tutte le somme maturate dal dipendente. La retribuzione del lavoratore, infatti, non è costituita esclusivamente dallo stipendio mensile. Nel corso del rapporto maturano ulteriori competenze economiche, alcune delle quali vengono normalmente liquidate periodicamente, mentre altre diventano esigibili alla cessazione del rapporto. TFR non pagato, mensilità aggiuntive, ratei maturati e ferie residue possono rappresentare somme anche considerevoli, soprattutto dopo diversi anni di lavoro. Quando il datore di lavoro non provvede al pagamento, è importante verificare tempestivamente la propria posizione, quantificare correttamente il credito e individuare gli strumenti più appropriati per recuperare quanto dovuto e tutelare il diritto al lavoro. Quali somme spettano al lavoratore alla fine del rapporto? La cessazione del rapporto di lavoro, indipendentemente dal fatto che derivi da dimissioni, licenziamento, scadenza del contratto o altra causa, comporta la necessità di effettuare il conteggio delle competenze maturate dal lavoratore. A seconda del rapporto e del CCNL applicato, possono rientrare nella liquidazione finale: Per verificare la correttezza della liquidazione è quindi necessario esaminare non soltanto l’ultima busta paga, ma l’intero rapporto di lavoro e il CCNL applicabile. Cos’è il TFR e quando deve essere pagato? Il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) è una somma che matura progressivamente durante il rapporto di lavoro e che, in linea generale, spetta al lavoratore quando il rapporto termina. Il diritto al TFR sorge indipendentemente dalla causa della cessazione: può quindi spettare in caso di dimissioni, licenziamento, scadenza di un contratto a termine o altra causa di cessazione del rapporto. La disciplina fondamentale è contenuta nell’articolo 2120 del Codice Civile. Il momento concreto del pagamento può dipendere anche dalle disposizioni del CCNL applicato e dalle caratteristiche del rapporto. Se il datore di lavoro non provvede alla liquidazione, il lavoratore può attivarsi per recuperare il proprio credito. Cosa fare se il TFR non viene pagato? Quando il TFR non viene corrisposto, il primo passo consiste nel verificare l’importo effettivamente maturato. È utile raccogliere: Una volta verificato il credito, è possibile formulare una richiesta formale di pagamento al datore di lavoro. Se il pagamento continua a non essere effettuato, possono essere valutate ulteriori iniziative stragiudiziali o giudiziali per ottenere le somme spettanti. Tredicesima non pagata: quando spetta? La tredicesima mensilità rappresenta una mensilità aggiuntiva che matura progressivamente durante l’anno. Il lavoratore accumula quindi dei ratei in relazione ai mesi di servizio, secondo le regole previste dal contratto collettivo applicabile. Se il rapporto termina prima del periodo normalmente previsto per il pagamento della tredicesima, i ratei maturati devono essere considerati nella liquidazione delle competenze finali. Il mancato pagamento della tredicesima o dei relativi ratei può quindi generare un credito del lavoratore nei confronti del datore di lavoro. Quattordicesima: spetta a tutti i lavoratori? A differenza della tredicesima, la quattordicesima mensilità non spetta indistintamente a tutti i lavoratori. Il diritto dipende principalmente dal CCNL applicato al rapporto di lavoro o da eventuali condizioni individuali più favorevoli. Quando prevista, anche la quattordicesima matura normalmente attraverso ratei durante il periodo lavorato. In caso di cessazione del rapporto prima della data ordinaria di pagamento, è pertanto necessario verificare i ratei maturati e non ancora corrisposti. Cosa sono i ratei maturati? I ratei rappresentano quote di determinate competenze che il lavoratore matura progressivamente durante il rapporto. L’esempio più comune riguarda proprio tredicesima e quattordicesima. Se un lavoratore termina il rapporto nel corso dell’anno, non perde automaticamente quanto maturato fino a quel momento: devono essere calcolate le quote spettanti sulla base del periodo lavorato e delle regole previste dal CCNL. Anche eventuali altri istituti contrattuali possono maturare progressivamente e devono quindi essere verificati in sede di conteggio finale. Ferie non godute: possono essere pagate? Le ferie rappresentano un diritto fondamentale del lavoratore e sono finalizzate al recupero delle energie psicofisiche. Durante il rapporto di lavoro, pertanto, la regola generale è che le ferie debbano essere effettivamente fruite e non semplicemente sostituite con un pagamento. La situazione cambia alla cessazione del rapporto di lavoro. Quando rimangono ferie maturate e non godute che non possono più essere fruite proprio perché il rapporto è terminato, può sorgere il diritto alla relativa indennità sostitutiva, secondo la disciplina applicabile. Per verificare il numero effettivo di ferie residue è necessario confrontare le indicazioni presenti nelle buste paga con le presenze e con la documentazione relativa alle ferie effettivamente utilizzate. Cosa succede ai permessi non utilizzati? Oltre alle ferie, il lavoratore può avere maturato permessi retribuiti, come quelli collegati alla riduzione dell’orario di lavoro (ROL) o ad altri istituti previsti dal CCNL. La possibilità di monetizzare i permessi non utilizzati e il momento nel quale ciò deve avvenire dipendono dalla disciplina collettiva applicabile. Per questo motivo è importante verificare il CCNL e non assimilare automaticamente ferie e permessi, che possono essere sottoposti a regole differenti. Come verificare se l’ultima busta paga è corretta? L’ultima busta paga dovrebbe essere controllata con particolare attenzione perché può contenere numerose competenze derivanti dalla cessazione del rapporto. È opportuno verificare: La presenza di una determinata voce nel cedolino, inoltre, non significa necessariamente che l’importo sia stato effettivamente pagato. È quindi opportuno verificare anche l’accredito delle somme. Quali documenti servono per recuperare le somme non pagate? Per effettuare una corretta verifica è consigliabile conservare tutta la documentazione relativa al rapporto di lavoro. In particolare: Questi documenti permettono di ricostruire le somme maturate e confrontarle con quelle effettivamente corrisposte. Come recuperare TFR e altre competenze non pagate Una volta accertata l’esistenza del credito, è possibile procedere con una richiesta formale nei confronti del datore di lavoro. Se la richiesta non produce il pagamento, possono essere valutati gli strumenti previsti dall’ordinamento per il recupero del credito. A seconda della situazione concreta, il percorso può comprendere una diffida formale, un tentativo di soluzione stragiudiziale e, quando ne ricorrono i presupposti, un’azione giudiziaria finalizzata a ottenere un titolo per il pagamento delle somme dovute. È
